Istituto di Demiurgologia

Dal dimenticatoio: Aristide Piovaccari e la sua “Nora de Rebbi”

Aristide Piovaccari (Bertinoro 1877 – Bologna 1955) nacque in una famiglia agiata della provincia forlivese, già possidente terriero dai tempi del nonno e molto vicina al legato pontificio del luogo, per via di una lontana parentela che legava quest’ultimo ad uno zio della madre Elvira, eletto cardinale da papa Pio IX.
L’attività principale della famiglia era naturalmente l’agricoltura, con larga preferenza per la produzione di ottimi vini di cui tuttora i colli bertinoresi sono rinomati, ed era riuscita a mantenere il suo status quo anche dopo l’unificazione d’Italia, poiché fino a quell’epoca aveva mantenuto un atteggiamento pubblico di saggia equidistanza dagli eventi politici, cercando soprattutto di curare gli affari economici e di non inimicarsi né i braccianti al loro servizio, né le autorità governative succedute allo Stato Pontificio. L’educazione del Piovaccari fu comprensibilmente di matrice cattolica, e molto severa sotto il profilo disciplinare e scolastico; i primi anni della sua vita furono connotati quindi dallo studio e dai riti familiari cui un giovane di buona famiglia difficilmente poteva sottrarsi a quel tempo.

Aristide Piovaccari a fine Ottocento. Gentile concessione fam. Piovaccari.

Fu probabilmente in una delle tante domeniche dedicate alla messa mattutina con tutta la famiglia, che vide per la prima volta la perpetua della chiesa di Forlimpopoli, una ragazza dall’apparente età di 25 anni dagli occhi scuri e dai lineamenti dolci del viso, che le larghe e coprenti vestigia non impedivano di supporre essere molto bella. E’ facile ipotizzare che le prime fantasie adolescenziali del Piovaccari si indirizzarono verso questa giovane donna, che tutti vedevano ogni giorno tenere in ordine la chiesa e servire il parroco, ma di cui tutti ignoravano il nome e la provenienza, come fosse una presenza invisibile. Desideroso di saperne di più, Aristide prese allora a frequentare con maggior intensità il catechismo, non disdegnando anche di assistere il parroco come chierichetto durante le funzioni religiose, per la malcelata soddisfazione della sua famiglia che già intravedeva per lui una carriera ecclesiastica, ignara di quali fossero in realtà i suoi scopi.
La ragazza che tanto faceva sognare il giovane Aristide proveniva dalle colline tosco-emiliane dell’entroterra forlivese e, come tante giovani di quell’epoca, era scesa verso la pianura per sfuggire alla miseria dei luoghi natii ed in cerca di un avvenire decente. Le uniche testimonianze che si hanno di lei riguardano solamente il nome (Eleonora) e l’approssimativa provenienza dal passo dei Rabbi, da cui è derivato poi il suo soprannome di Nora de Rebbi. Durante le frequentazioni della parrocchia Aristide escogitava ogni tipo di stratagemma per cercare di scambiare qualche parola con la bella Eleonora o di rimanere solo in sua compagnia; non si sa fino a che punto sia arrivata questa tenera e innocente conoscenza, di sicuro la cosa destò presto molti sospetti nel parroco, don Gabriele Tumidei (San Martino in Strada 1840 – ivi 1909), che non tardò molto ad intervenire per porre fine da par suo a qualcosa che i suoi retrivi e forse non disinteressati convincimenti arrecavano disturbo all’ordine precostituito. Don Gabriele disse confidenzialmente alla famiglia Piovaccari che non intravedeva più nel loro figlio la predisposizione alla vocazione religiosa, anzi, era venuto a conoscenza durante la confessione di episodi e mutamenti che avrebbero potuto nuocere al futuro del ragazzo se fosse rimasto a lungo nei territori di nascita.
La famiglia non dubitò minimamente della parola di don Gabriele, e all’improvviso decise di mandare il loro figlio Aristide a vivere presso una sorella del padre, moglie di un tal Ernesto Morini, importante notaio di Bologna, dove terminò gli studi classici, conseguì la laurea in legge ed intraprese a sua volta la carriera notarile.
Lo studio delle materie classiche gli aveva lasciato una grande passione per la poesia, e spesso si cimentava nella composizione di metriche che per pudore non ebbe mai il coraggio di far leggere ad alcuno, né tantomeno di pubblicare. E’ solamente grazie ad uno straordinario colpo di fortuna che sono arrivati ai nostri giorni i manoscritti di Aristide Piovaccari, ritrovati dai figli alla sua morte in un bauletto che conteneva gli oggetti a cui egli era più gelosamente affezionato; tra questi, una poesia dedicata a Nora de’ Rebbi, che evidentemente mai era stata dimenticata dal vecchio Aristide.
Alcuni hanno notato una notevole somiglianza con “Eleanor Rigby” dei Beatles, ma forse i due fatti non sono collegati.